giovedì 11 settembre 2008

Giorno 13

Huaypan, 12 agosto 2007

La giornata di oggi è stata caratterizzata da due momenti (e stati d'animo) contrapposti: la mattina, piena di festa e di gioia; il pomeriggio, pieno di dolore e tristezza.

Ci svegliamo alle 5.30 - 6.00 del mattino per recarci, ovviamente a piedi, a Shilla, per la messa. Anche questo momento riporta indietro nel tempo, quando ci si recava a messa a piedi, i bambini dai villaggi e paesi vicini si riversavano nelle strade ad affrontare il cammino (mezz'ora, un'ora, o anche di più) che li conduceva alla messa, alla festa. Qui è lo stesso, si riversano tutti nelle strade (meglio, sentieri): scendendo fino a Shilla ci siamo imbattuti in una miriade di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, che scendevano alla messa. Per loro la messa è festa, probabilmente perchè è l'unico giorno che non lavorano, forse perchè al termine della messa sono organizzati dei giochi per loro, forse ancora perchè dopo i giochi viene dato loro del cibo; forse, perchè più di noi oggi (ma come 60 - 70 anni fa), perchè vivono in condizioni non propriamente felici e floride, e hanno bisogno di rivolgersi a Dio, sperando che accolga le loro preghiere.
Dopo la messa, tutti i ragazzini vanno disponendosi in una specie di anfiteatro, situato dietro la Chiesa, e lì iniziano a giocare, cantare, intonare canti; insomma, a rendere la loro Domenica una vera festa.
Verso le 11 viene distribuito loro (saranno stati 400 - 500) il cibo, e dopodiché viene il nostro turno.
Dopo pranzo saliamo su un carro, direzione Carhuaz, un paesino dove c'è il mercato. Ed ecco che la giornata cambia: scendendo vediamo un camion rovesciato, e intorno una cinquantina degli stessi ragazzi che fino a poche ore prima festeggiavano, scossi e in lacrime: il camion è scivolato lungo la scarpata e si è capovolto, e un loro amico (13 anni) è morto. Noi non conoscevamo questo bambino, ma ci siamo sentiti emotivamente colpiti: questi bambini, ragazzi, semplici, riescono a trasmetterti con estrema facilità il loro stato d'animo, che sia di gioia o di tristezza.

martedì 9 settembre 2008

Giorno 12

Huaypan, 11 agosto 2007
Siamo tornati alla missione. Domani è Domenica e non si lavora, e dunque ci siamo di nuovo appoggiati al "taller", che dopo questa settimana vale per noi come un hotel 5 stelle.
Stamattina abbiamo affrontato le ultime ore di lavoro e, chi più chi meno, siamo arrivati all'ora di pranzo molto stanchi. Dopo il pasto, una mezz'oretta abbondante di camminata per giungere alla missione. Qui, finalmente, torniamo a darci una lavata come si deve, decisamente rigenerante (non cura purtroppo il mal di schiena).
Esperienza, per me (viziato) nuova: tocca fare il bucato. Non in lavatrice, assolutamente; bensì a mano, proprio come facevano un tempo le nostre nonne. D'altronde, qui è proprio come un centinaio d'anni fa da noi: si vive di agricoltura e allevamento, il riscaldamento prevede che ci si debba procurare e tagliare la legna, le verdure per cucinare si lavano alla fontana, in giro per le strade macchine e camion (meglio, furgoncini) sono una rarità.
Dopo avere lavato la biancheria sporca, finalmente ci si può riposare, e attendere che le ragazze ci preparino una cena.
Come si apprezzano certe cose da noi ritenute scontate! Un piatto vero, e non una ciotola; bicchieri di vetro, e non di plastica; insalata vera, e non cavolo; un tavolo, e non delle panche. E, la ciliegina sulla torta, rappresentata da delle fettine si speck riscaldate sulla stufa. Una delizia indescrivibile, in questi giorni in cui, pur mangiando meglio di come ci si attendeva, la carne è comunque da considerarsi come una novità.
Terminata la cena, restiamo tutti intorno alla stessa tavola: Don Nicola ci intrattiene raccontandoci un po' il perchè siamo qui, la storia di tutte le missioni che ci sono sparse in questa parte di Perù.
Dopo, un letto, finalmente. Ad accogliere il riposo di una dozzina di ragazzi stanchissima, in attesa della Domenica. Ah, ecco un'altra cosa semplice che si apprezza in maniera incredibile: il dì di festa, e di riposo: la Domenica.

lunedì 8 settembre 2008

Giorno 11

Husno, 10 agosto 2007

Finalmente la casa ha iniziato a prendere forma: le pietre che con fatic abbiamo trasportato da Martedì ad oggi sono state posate come fondamenta, e abbiamo anche iniziato a posare file di adobes.
Il tutto, sempre mentre Leonela, Lionel e tutti i fratelli continuano a giocherellare intorno a noi, a richiedere la nostra attenzione per giocare con loro, anche solo cinque minuti. Non tutti però. Perchè qui c'è chi non può permettersi di arrivare a 20 anni e credere che il mondo giri intorno a lui. E' il caso di Alibeth, la sorella maggiore, la più grande della famiglia dopo sua madre, in quanto il padre è scappato di casa. Lei, 12 anni, deve prendersi cura dei suoi fratellini, in particolare di Oscar e Jason, due gemellini di un anno e qualche mese. Quando c'è qualcuno che strilla piangendo per reclamare attenzione è lei che corre, è lei che controlla la situazione, è lei che si inventa giochi e distrazioni all'ombra di una carriola, con bastoncini di legno e carte di caramelle; ed è sempre lei che, se non bastano questi stratagemmi, se li carica a braccia cullandoli e cantando loro tenere canzoncine. Lei, Alibeth, che dorme per terra di notte, in quanto non ha un letto; o, meglio, un letto ce l'avrebbe, ma non può adoperarlo: deve restare vuoto nel caso che il padre torni a casa.
La giornata scivola via, e dopo la cena e qualche canto, è ora di dormire. Ci mettiamo nei nostri sacchi a pelo, tutti stretti e un po' scomodi. Ma pensiamo ad Alibeth, e va bene così.

giovedì 4 settembre 2008

Giorno 10

Husno, 9 agosto 2007

Gli "adobes" sono finalmente finiti, nel senso che ce n'è a sufficienza, e possiamo passare a scavare nella terra e creare corridoi, nei quali poi getteremo pietre come fondamenta.
Anche oggi "don Victor" (il capocantiere) non è il massimo dell'allegria e della simpatia; non ci rende partecipi del progetto. E, soprattutto, ci indispettisce il fatto che pensi a procedere un passo alla volta, senza pensare alla globalità del progetto stesso: ad esempio, questa mattina abbiamo sollevato chili e chili di pietre, e le abbiamo disposte su un lato della casa, dal momento che l'indicazione era che "c'era bisogno di accumulare pietre lì"; nel pomeriggio la disposizione è diventata di "cominciare a riempire i corridoi che avevamo scavato partendo dal lato più basso della casa, che il caso ha voluto fosse quello opposto a quello dove le avevamo accumulate in mattinata.
Probabilmente non è don Victor strano, o scontroso, o incapace. Probabilmente è la mentalità vigente in queste società ancora poco avanzate, che consiste nel non programmare le cose a lungo, ma di risolvere un problema alla volta, che si impone anche sul lavoro.
Sono le 17, la giornata lavorativa è finita, e siamo pronti a tornare a casa; gioco ancora un po' con Leonela, che si diverte a farsi lanciare in aria e poi a farsi riprendere. Ho sollevato pietre (come tutti, d'altronde) tutto il giorno, ho la schiena a pezzi, ma come si fa a non regalare qualche momento di gioia ad una bambina così dolce? Ogni volta che la sollevavo sembrava che le regalassi una macchina, un ingresso allo stadio, o tutte queste cose di cui abbiamo bisogno (me compreso) per essere felici.
Ora sono seduto fuori di "casa", seduto su una panchina a guardare il tramonto. I colori sono splendidi: all'orizzonte il sole è dietro la montagna, e rimangono il colore rosso a contornare le cime, e il rosato, fino a sfumare in quell'azzurrino che a minuti diventerà un blu intenso cosparso di stelle.
Cala la sera, e l'unica nota stonata è il solito freddo: nel girò di un quarto d'ora mi sarò già messo un cappello di lana e la giacca a vento.

mercoledì 3 settembre 2008

Giorno 9

Husno, 8 agosto 2007

Seconda giornata di lavoro. Iniziano i problemi col "capocantiere": "C'è troppa acqua", "C'è troppa poca acqua" (nei mattoni..).. Il problema nasce dal fatto che l'impasto è il medesimo, e che non ci spiega quando per lui c'è troppa acqua, e quando invece ce n'è troppo poca.
Verso fine mattinata inizio a temere di essere un peso, invece che un aiuto: ero spesso fermo, molto stanco, la schiena a pezzi; stava venendo fuori la mia natura (peraltro imperfetta) di topo da biblioteca, e non sopportavo, questo era il più, di essere quello che accusava di più la fatica. Sarà stato un pranzo particolarmente rinvigorente, ma fortunatamente nel pomeriggio sono andato a mille: assieme ad alcuni compagni (Paolo, Simone, Don Nicola, Mic) abbiamo adottato un'organizzazione più "scientifica" del lavoro: riuscivamo a produrre di più, e allo stesso tempo avevamo qualche pausa; il tutto ci permetteva di razionalizzare le energie e prendere il ritmo, decisamente buono, che riusciamo a tenere durante tutto il pomeriggio.
Quando torniamo alla casa, le ragazze ci raccontano di come hanno passato il pomeriggio: avevano infatti il compito di lavare i 7 figli della signora a cui stiamo costruendo la casa; inoltre, avevano il compito di disinfettarli e, eventualmente, curarli (per quanto possibile).
Ci raccontano di enormi sorrisi, di sguardi affascinati per cose di cui non conoscono l'esistenza, come lo shampoo, le creme, i disinfettanti. Raccontano di tanta tenerezza e tanta semplicità, di feste per una banana, di gioia per giocare un po' con la palla, di divertimento eccezionale nel farsi fotografare e, soprattutto, vedersi poi sullo schermo delle nostre digitali.
Arriva la sera. Alibeth, Elmida, Leonela, Lionel e gli altri bambini tornano a casa loro; noi prepariamo la cena, e proviamo a organizzare una festa: oggi è il compleanno di Eleonora, e sarebbe bello passare una bella serata di festa.
Una zuppa, una mega insalata, del Mate, un pandoro (gentilmente regalatoci dalla missione, da cui era giunto grazie a una della raccolte viveri che si organizzano dall'Italia), una chitarra e tanti canti, addirittura una cioccolata. Una festa molto differente da come sarebbe stata da noi, credo molto apprezzata, in quanto c'era un bel clima, caldo e semplice, non freddo e dispersivo come, talvolta, può capitare da noi.
Di contorno, oltre a una temperatura prossima allo zero, un cielo stellato come mai ho visto prima.

martedì 2 settembre 2008

Giorno 8

Husno, 7 agosto 2007

Sveglia alle 6, prima giornata di lavoro. Dopo colazione scendiamo e iniziamo a lavorare. Per prima cosa dobbiamo preparare i mattoni, e in una maniera completamente diversa dalla nostra: in primo luogo bisogna bagnare (e molto!) la terra, dopodichè cospargere tutta la fanghiglia con la paglia; infine, pestare il tutto in maniera che paglia e fango si amalgamino.
Fatto questo (e non è una passeggiata) bisogna palare il tutto e caricarlo sulle carriole (ne abbiamo solo due). In seguito, le carriole verranno svuotate in due "formine" (anche qui ne abbiamo solo due), che daranno forma ai mattoni.
Questo lavoro si è protratto per tutto il giorno, e a turno eravamo abbastanza distrutti. Personalmente è stato il primo lavoro "seriamente" manuale, ed è stato abbastanza pesante da sostenere; anche se bastava alzare lo sguardo e incrociare quello di Elmida, Lionel, Leonela, Alibeth, e degli altri tre ancora più piccolini per trovare un po' di forze e continuare a portare avanti il lavoro. Aveva detto bene Don Nicola al termine della colazione: "Più noi aspettiamo ad andare, più loro restano al freddo".


Ora sono, saranno, le 19 circa: le ragazze (Elena, Eleonora, Stefania) stanno preparando la cena, siamo tutti (quasi) a far loro compagnia, mentre Paolo allieta il tutto col suono della chitarra. Fra un po' si cenerà, e oggi ho imparato cosa significhi guadagnarsi da mangiare. Dopo cena qualcuno (probabilmente io, che ora sono nullafacente, in quanto sto scrivendo due righe mentre ognuno si sta adoperando per la cena) laverà i piatti, dopodichè credo si andrà a dormire nel caldo dei sacchi a pelo, poichè siamo tutti abbastanza stanchi.
E domani si lavora ancora: c'è da fare in modo che chi è più sfortunato di noi possa, perlomeno, ripararsi dal freddo.

lunedì 1 settembre 2008

Giorno 7

Huaypan, 6 agosto 2007

E' stata l'ultima giornata al "taller" di Huaypan. E' iniziata presto, con la messa alle 6.30 del mattino, nella Chiesa adiacente il collegio; dopo messa, la colazione, nel refettorio che poche ore prima ci aveva molto emozionato.
Al contrario di ieri sera, ci siamo un po' sparsi per i tavoli, assieme alle ragazzine; sono timidissime, tanto che ci paiono quasi buffe (come d'altronde, forse, anche noi sembriamo buffi a loro). Si imbarazzano facilmente, basta anche solo che tu non capisca quando ti parlano, e l'immediata conseguenza è una mano davanti alla bocca a coprirsi un sorriso; e, ad accentuare questo movimento, il voltarsi da un'altra parte, se non magari addirittura il cercare un minimo riparo nei dintorni dell'asse del tavolo. Dopo la colazione, Isabella (la "mama" del "taller") ci accompagna a fare una passeggiata, ad ammirare il paesaggio e a respirare aria buona, così diversa da quella di città che siamo abituati a sopportare quotidianamente.
Scivoliamo così all'ora del pranzo. Le ragazze del collegio sono abituate a recitare una preghiera prima di sedersi a tavola, che sia colazione, pranzo o cena: "Gracias por esta comida che vamos a comer..", che si conclude poi con una "richiesta" affinchè anche i poveri ne abbiano. Neanche il tempo di finire la preghiera che iniziano tutte a urlare i nostri nomi, per averci a tavola con loro. Prendiamo posto e pranziamo insieme; questa volta sono meno timide, ci fanno domande: "Quanti anos tienes", "Tiene enamorada?", "Como se llaman padre e madre", "Si tenemos hermanos o hermanas", e via dicendo.

Il pranzo scivola così, veloce, velocissimo; avremmo voglia di protrarre il pranzo ancora a lungo, e invece il refettorio si svuota. Ma....."Venite jugar la pelota?", ci chiedono. Di nuovo, come rifiutare? Andiamo su un prato lì vicino, in quattro e quattro otto preparano un campetto, e giochiamo a palla prigioniera. La conoscono anche qui, e ci divertiamo un sacco, e anche loro. Tutti insieme, con la polvere che si levava, giochiamo, corriamo, ci divertiamo. Dopo un'oretta termina anche questo fotogramma, perchè le ragazze devono andare a imparare a tessere, e noi dobbiamo prepararci per andare in un paesino, a circa un'ora di cammino di distanza, dove dovremo costruire la casa a una famiglia povera. Questo paesino si chiama Husno. Appena arriviamo, dopo avere lasciato gli zaini in quella che sarà la nostra angusta dimora fino a venerdì (quando torneremo al "taller"), ci rechiamo sul "posto di lavoro".
Diciamo pure che davanti ai nostri occhi vediamo immagini che non abbiamo mai visto; perlomeno, personalmente questa è stata la volta che ho visto le persone più povere: la signora Nelida, con sette figli, senza casa, che vive in mezzo alla polvere. O, meglio, la casa ce l'hanno, ma è crollata un'intera parete, e quindi la differenza non è molta, soprattutto adesso che qui è inverno, e la temperatura, quando tramonta il sole, si abbassa notevolmente. Con Don Nicola, Paolo, i due Michel e tutti gli altri prendiamo un po' di "confidenza" con loro, proviamo a conoscerci, scambiamo qualche parola. Dopo un po' torniamo in casa, ceniamo e preghiamo.
Sono le 21.30, siamo pronti per dormire. Qui, infatti, si vive con l'orario solare nel vero senso della parola: dalle 6 alle 18 c'è il sole, quindi già avendo proseguito fino alle 21.30 abbiamo un po' trasgredito.